Le vicende della storia e del mondo di questo ultimo periodo ci interrogano. Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze, oltre sessant’anni fa, guardando il mondo segnato da un’incertezza profonda, che suscitava un senso di instabilità, chiamava quel tempo “l’età della forza”. Mi pare definisca bene anche il nostro tempo.
Il cardinal Matteo Zuppi, ai vescovi riuniti nel Consiglio Permanente del 26 gennaio scorso, così affermava: “Il ricorso alla forza non fornisce sicurezze, ordine, come si crede, anzi! La forza, ancora di più se incredibilmente irride il diritto e i processi internazionali così faticosamente conquistati nei decenni passati, crea solo instabilità pericolosa a tutti i livelli e costringe a rinunciare alla via indispensabile del dialogo, del multilateralismo, del pensarsi insieme… Il clima generale diventa quello del conflitto, con il corteo di antagonismi, polarizzazioni, odio manipolato da campagne interessate che inquinano nel profondo le relazioni e le menti”.
L’ultimo rapporto Censis evidenzia che quasi la metà degli italiani (soprattutto i giovani) è convinta che il futuro non sarà un progresso. Il 38,7% pensa che, in questa età selvaggia, contano forza e aggressività, anziché legge e diritto. E quasi uno su tre (29,7%) pensa che, nel disordine del mondo attuale, i regimi autocratici (in cui uno o pochi comandano) siano più adatti delle democrazie a competere o sopravvivere.
Di fronte a questo scenario oscuro cosa ha da dire la comunità dei credenti? Cosa possiamo fare noi? La risposta non è facile ma, credo, una possibile strada da percorrere sia quella di ritrovare la nostra identità cristiana, di ritornare ad essere “una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare” (Leone XIV – Dilexi te 120).
Riguardo al mondo giovanile, sempre il card. Zuppi affermava: “L’educazione, in famiglia, a scuola e nelle comunità, è una responsabilità condivisa che non possiamo delegare né rimandare. Solo investendo nella relazione, nell’esempio e nella formazione delle coscienze possiamo costruire un futuro più umano e più giusto”.
“Nella nostra realtà spaesata, che non vive più in clima di cristianità, esiste un popolo che, pur condividendo le difficoltà di tutti, ha fisso lo sguardo al Signore, speranza e consolazione. C’è un’Italia che cerca il volto di Dio e chiede di incontrare non idee o ennesimi consigli virtuali ma comunità, case di fraternità, relazioni umane disinteressate con cui vivere la speranza… Il nostro è un mondo popolato di tante case diverse, in cui si prega, si fa pace, si servono i poveri, si vive la fraternità. Sono le case che ci sono state affidate dalle generazioni precedenti e che dobbiamo custodire e per questo rinnovare. Sono le nostre parrocchie, le comunità religiose, i movimenti, le nostre istituzioni, le fraternità di ogni tipo, le iniziative comuni. Questo mondo è una ricchezza per il Paese, per i credenti e i non credenti, evita lo smottamento del terreno umano e sociale, quel dissestamento spirituale di una città di tanti individui soli”.
E’ una sfida che io mi sento di accogliere e invito anche voi, soprattutto in questo cammino quaresimale, a partecipare a questa opera di riappacificazione. Tutto passa dalla conversione personale per diventare poi patrimonio condiviso.
Don Giambattista, parroco





